19 gennaio 2019

Il NO di Bossi all'arresto di Cosentino. Il burbero polentone salva il terrone... il "lieto" fine di una non-favola all'italiana.

“Noi ce lo abbiamo duro”, “abbiam pronti i fucili”, “vogliamo le ronde”, “il tricolore lo butti nel cesso”, “secessione”, “viva la padania”, “terùn”…. queste sono solo alcune tra le più famose battute del leader della Lega Nord, Umberto Bossi. Fino a pochi anni fa sempre integerrimo ai suoi sentimenti nordici, e all’amore del suo popolo, che in lui ha sempre visto una sorta di “eroe nazionale”, stanco di esser alla mercè della “Roma Ladrona!”. Nel suo trentennio politico, la linea di condotta del suo operato ha ben poche volte deviato dall’essere sempre finalizzata a quello che lui e i suoi, intendono esser il bene per il nord. Inutile stare qui a ricordare le numerose uscite antiitaliane dei componenti leghisti, ma dopotutto sul loro statuto è ancora presente l’obbiettivo primario del movimento politico che resta finalizzato alla creazione di uno Stato del Nord. Pur salendo in diverse occasioni nei governi della Repubblica Italiana, e giurando sulla Costituizione, unico libro sacro di uno stato realmente laico, la finalità suprema del partito del nord non è mai mutata. Ma cosa accade da un pò di tempo a questa parte nel partito di Pontida?  Nell’ultimo lustro si sono raggiunti traguardi notevoli, che facevano presagire un futuro roseo a tutto il movimento. Vittoria trionfale alle politiche del 2008, seguita da quelle alle elezioni regionali 2010, con Cota presidente del Piemonte e Zaia del Veneto, forte presenza nel consiglio dei ministri e ago della bilancia in tutte le decisioni del governo Berlusconi. Considerando che la Lega Nord, resta di fatto un partito antisistema, accreditando quali illegittime e usurpatrici le stesse istituzioni delle quali è elemento cardine, questa rivoluzione padana sembrava essere inarrestabile, assecondata da tutti gli altri partiti, che a parte urla e clamori in realtà hanno sempre ammiccato alla Lega, senza l’appoggio della quale sembra ormai impossibile possa crearsi un governo.  Cosa succede allora? Succede che il vecchio e saggio leader, padre padrone di un partito che non si era mai sognato di scostarsi dalle sue posizioni inizia un pò a traballare. Si sa che i nordici son pragmatici e seri lavortori, ma prima  di tutto son uomini duri, e sul serio, che scendono molto mal volentieri a compromessi, specialmente se ciò che si concede è in misura assai maggiore di quel che si ha. La coalizione elettorale PdL – Lega è nata esclusivamente per esser coalizione di governo, ad un’eventuale sconfitta alle politiche sarebbe seguita un’immediata rottura con opposizioni separate. La vittoria apriva in effetti scenari diversi, in quanto prima tra tutte sembrava assolutamente realizzabile una riforma federale dello stato, partendo dal tanto agognato federalismo fiscale. Avendo la più ampia maggioranza di un governo repubblicano, ed essendo l’ago della bilancia per qualsiasi riforma, era impensabile non immaginare che la Padania poteva solo guadagnarci nell’appoggiare le politiche berlusconiane. Ma si sa che quando tutto sembra girre per il meglio spesso il diavolo ci mette la coda, e così, il PdL si sfalda clamorosamente: Fini e i suoi escono dalla maggioranza, e tutte le riforme o progetti vengono notevolmente ridimensionati, tranne quelli che riguardano personalmente Berlusconi, per le quali non manca mai nessun voto parlamentare e le fiducie fioccano puntuali che è una bellezza, e in queste il voto leghista non manca mai. Come detto i nordici è gente pragmatica e lavoratrice, e aprire i giornali ogni mattina con in prima pagina  scritto delle marachelle del compare Berlusconi, la prima volta sorridono, la seconda storcono il naso alla terza sono già incazzati come bufali. Possono loro lavoratori, pagatori di tasse, integerrimi al sacrificio, e amanti delle cose sane e nordiche, polenta e grappa su tutte, accettare di esser considerati il bacino di appoggio incrollabile delle porcherie del Premier? Ovviamente NO. Dopo anni di totale accettazione delle scelte del Senatur, la base del partito comincia a muoversi, anzi a ribollire. Agli episodi di scollamento tra quadri dirigenti ed elettori si aggiungono dei tentativi di accentramento delle decisioni assolutamente non digeriti, caso clou è stato il pilotamento della segreteria alla nomina del coordinatore della sezione di Varese: il candidato eletto non andava bene al Senatur che ne designò uno personalmente, creando un diretto malcontento, manifestatosi attraverso dei fischi, che Bossi in trent’anni non aveva mai sentito diretti nei suoi confronti dal suo popolo. Il profeta intoccabile, comincia a non piacere più. Ed ora? Fortunatamente il governo cade sotto i colpi dello spread e la Lega può liberarsi dal dover sostenere un governo, che aveva sperperato ogni briciola di credibilità. Parola d’ordine: ricompattare la base. Per riuscirci semplice: chiedere le elezioni subito, sapendo benissimo che la cosa è impossibile, e meno male. Elezioni subito vorrebbe dire andare alle urne perdendo consenso, chiederle mostrandosi puri, vuol dire riavvicinare gli scontenti. Ricompattarsi, quindi rilanciare i vecchi cavalli di battaglia: secessione, Roma ladrona, e la new entry governo tecnico antidemocratico, antisviluppo e sanguisuga. La base risponde, cominciano a distendersi i malumori e la Lega che torna tra la sua gente sembra comunque smuovere e fare ancora centro. Si arriva così ad oggi, anzi ieri.


La camera è chiamata a votare l’assenso all’arresto firmato dai GIP per il coordinatore PdL, ministro uscente del governo Berlusconi, On. Roberto Cosentino, con l’accusa di esser il responsabile politico del clan camorristico dei casalesi. Il ricco memorandum inviato dalla procura non ammette molte repliche, essendo già in carcere tutti gli altri 56 inquisiti dell’operazione. Nei giorni precedenti alla votazione il numero due della Lega Maroni, negli ultimi tempi spesso in contrasto col Senatùr, si fa portavoce del partito, auspicando un voto favorevole all’arresto. La base esulta, attraverso web e radio, ribadisce il suo volere i camorristi alla sbarra. Tutto pronto, tutto calcolato. I voti della Lega permetteranno alla giustizia di fare il suo corso, e alla Padania di uscirne ancora più pura ancora più pulita, a scapito di terroni e ora anche camorristi che mangiano a sbafo i sacrifici della gente del nord. E poi …. Colpo di Scena. Bossi, lui in persona, dichiara di votare NO all’arresto e lascia piena “libertà di coscienza” nel voto ai suoi parlamentari. Maroni, da canto suo dichiara fortemente il suo voto positivo alla richiesta. La conta darà ragione ai NO, grazie anche ai signori Radicali, e Cosentino resta a piede libero salvato dalla casta, dalla Lega. Ed ora cosa penseranno i padani? Il loro profeta li ha traditi dichiarandosi “non forcaiolo”. La gente ora riuscirà a capire a cosa sia finalizzata questa politica accomodante del loro leader, a maggior ragione ora che non vi è alcun vincolo governativo che lo unisce al PdL? Si preannunciano di nuovo tempi duri, durissimi, per la Lega e per Bossi, ma che per il Senatur non siano gli ultimi? Politicamente parlando ovviamente. Un passaggio di consegne ad un nuovo leader, e di personaggi amatissimi all’elettorato la Lega ne ha in squadra, forse in questo momento sarebbe auspicabile e senza dubbio benefico.


Intanto, un altro possibile connivente camorrista resta fuori, anzi dentro; dentro un Parlamento sempre più distante dal popolo, protetto da i voti di coloro che proclamano di  rappresentare e difendere  la democrazia italiana, eletti da cittadini che non conoscono e non ascoltano, isolati nella loro casta dove tramano solo per i proprio interessi. Bè di sicuro  tutto questo non lo capirà mai l’abitante di Pontida che vota Lega Nord, come non lo capirà mai l’onesto cittadino di Casal dè Principi che rifiuta di vendere il proprio voto.

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