20 agosto 2018

La grande bellezza

La grande bellezza
Roma è un enorme contenitore di vacuità e di nulla nel quale annegano di solitudine tutti gli strati della società: macchiette umane che nelle feste musicali formano balli isterici e trenini umani che non portano da nessuna parte, falsi scrittori che crollano di fronte alle proprie responsabilità e scarti umani di avanspettacolo che trovano sollievo solo in una sniffata di cocaina, personaggi psicotici che muoiono in totale solitudine e non trovano compagnia neanche nel momento che vengono trasportati nel proprio feretro, donne che spendono vanamente tutti i propri averi nel curarsi, uomini del clero che esprimono il massimo del proprio potere nell’enunciare ricette gastronomiche. In questo decadentismo amorale uno scrittore, Jep Gambardella, cerca la grande bellezza per ricominciare la sua interrotta attività di romanziere, ma la trova solo nei ricordi della propria adolescenza, che peraltro non gli dà molte risposte che cerca, o in una bambina prodigio che cerca di ribellarsi ai suoi genitori che la considerano solo una macchina da soldi. Per il resto è circondato da persone che gettano la spugna perché deluse da una città che non ha dato loro quello che speravano o muoiono per suicidio o malattia.


La grande bellezzaPaolo Sorrentino si propone per la prima volta come un Fellini postmoderno costruendo un film surreale, senza trama e un po’ prolisso, dando l’impressione di aggiungere troppa carne al fuoco, ma l’opera tutto sommato è godibile, presenta momenti di amara ironia e si regge sul conflitto tra degrado e spiritualità che cercano un dialogo tra loro ma che non arriverà mai. Tony Servillo fornisce ancora una volta una straordinaria interpretazione che conferma il suo stato di grazia. Convincono sullo sfondo anche Verdone e la Ferilli.

 

Article Tags

Related Posts