20 settembre 2018

La Sicilia si ferma: rivoluzione pro-popolo o guerra fra poveri?

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Già dal 16 gennaio, un’unica voce, composta da 5 milioni di persone, sta cercando di farsi sentire dall’intero popolo italiano. Stiamo parlando del popolo siciliano, e nello specifico del “Movimento dei Forconi” che, insieme agli autotrasportatori AIAS, A.I.TRAS., al movimento “Forza d’urto”, e ad altre associazioni, già da due giorni ha fermato l’intera regione: agricoltori, artigiani, autotrasportatori, pescatori, commercianti, sono scesi in strada, bloccando caselli autostradali e vie di comunicazione (fatta eccezione per le emergenze), in segno di protesta contro la crisi che negli ultimi tempi ha colpito specialmente il settore primario, e “contro la classe dirigente che – come dichiarato dagli organizzatori – ancora una volta vuole farci pagare il conto”.


L’intento sarebbe quello di rivoluzionare lo stato delle cose, specialmente per quanto riguarda i lavoratori ed il commercio. Nello specifico, le richieste dei manifestanti sono: la defiscalizzazione dei carburanti e dell’energia elettrica, l’uso dei fondi europei per lo sviluppo da utilizzare per arginare la crisi dell’agricoltura e il congelamento delle procedure della Serit, l’agenzia siciliana che si occupa della riscossione dei tributi.

La protesta fin’ora si sta svolgendo in maniera abbastanza pacifica, ma il rischio è quello di guerra fra poveri che potrebbe avere ripercussioni e disagi solo sulla base e non come dovrebbe sugli organismi governativi centrali.

Non sono pochi i disagi causati ai siciliani stessi, che si trovano costretti a fare file chilometriche rischiando, nel migliore dei casi, di arrivare tardi a lavoro, mentre telegiornali e quotidiani nazionali affrontano la questione con un mutismo tombale, forse per paura che su altre, se non addirittura su tutte le regioni italiane, si possa espandere questa “rivoluzione dei lavoratori indipendenti”.


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