Genova. Lo choc che ha suscitato in tutta la città l’omicidio di Clara Ceccarelli, accoltellata a morte dal suo ex compagno all’interno del negozio di via Colombo di cui la donna era proprietaria e soprattutto il fatto che l’uomo abbia disturbi psichiatrici ha scatenato la rabbia di molti, soprattutto sui social.

Rabbia scagliata in primis proprio contro chi lo “avrebbe fatto uscire” come se l’ospedale (l’uomo fra l’altro aveva scelto il ricovero volontario dopo un tentativo di suicidio) fosse una sorta di carcere preventivo per non parlare di chi ha tuonato dalla tastiera contro la legge Basaglia auspicando la riapertura dei manicomi.

Malattia psichiatrica, violenza, controllo sociale. Temi troppo delicati su cui anche in un momento tragico servono alcune puntualizzazioni. Genova24 ne ha parlato con lo psichiatra Davide Prestia, della clinica dell’ospedale San Martino, che proprio ieri leggendo numerosi commenti agli articoli di cronaca è sbottato sui social parlando di un vero e proprio “sgomento nel vedere quanto un evento tragico abbia fatto riemergere lo stigma che ancora oggi esiste per la patologia mentale e le cure psichiatriche”.

“Purtroppo, da troppo tempo sto percependo come la psichiatra stia sempre più rischiando di “ritornare” ad una funzione di controllo sociale, spogliandosi invece del ruolo di cura ed aiuto di persone sofferenti” dice precisando di “non voler entrare nel merito della tragedia che si è consumata venerdì sera, vicenda che tra l’altro non conosco”.

Quello che conta però è l’approccio di base: “La psichiatria è una branca della medicina e ha un ruolo sanitario che consiste nella cura delle persone con una sofferenza mentale. Purtroppo in passato ha avuto una funzione di controllo sociale della violenza delle persone socialmente pericolose”.

No allo stigma della malattia mentale quindi e soprattutto no al binomio malattia psichiatrica uguale violenza: “E’ molto pericoloso associare la violenza alla patologia psichiatrica – spiega – il paziente psichiatrico può essere violento magari in una fase acuta, ma gli studi dicono chiaramente che la violenza nei pazienti psichiatrici non la si ritrova in percentuale maggiore rispetto alla popolazione in generale”.

Se Prestia non entra ovviamente nel caso specifico dell’omicidio di Clara Ceccarelli, la questione delle dimissioni dell’ex compagno al reparto di Salute mentale dell’ospedale Galliera qualche giorno prima dell’omicidio rende indispensabile alcune precisazioni in merito al funzionamento del trattamento sanitario obbligatorio. Nel caso specifico l’uomo infatti aveva accettato volontariamente il ricovero.

“Il presupposto – spiega Prestia – è che in Italia esiste la libertà di cura, quella generale come quella psichiatrica. Se un paziente oncologico non vuole sottoporsi a chemioterapia è libero di farlo, cosiccome se una persona è depressa o ha altri problemi psichiatrici è libera di non seguire alcuna cura”.

Quando scatta il tso? “Il trattamento sanitario obbligatorio, che nella maggior parte delle volte viene attivato per una patologia psichiatrica ma potrebbe esserlo anche per una patologia infettiva, richiede tre presupposti fondamentali: una patologia mentale acuta in atto, il fatto che la persona rifiuti le cure e la impossibilita di mettere in atto queste cure in ambiente extraospedaliero”. A valutare la necessità di un tso sono almeno due medici: “Il tso viene proposto da un medico e poi va convalidato da un altro medico nella struttura pubblica che è solitamente uno psichiatra. Il tutto viene poi controfirmato dal sindaco”.

Inoltre la proposta di Tso spesso non viene convalidata: “Ci sono 24 ore di tempo in cui il paziente effettua dei colloqui in cui gli vengono proposte le cure. Se accetta non scatta il Tso”. Allo stesso modo il trattamento, che ha durata di 7 giorni e può essere rinnovato “può essere interrotto se nel frattempo il paziente decide di accettare volontariamente di sottoporsi alle cure” perché è importante ricordare che “la persona sottoposta a tso non perde i suoi diritti”.

Spesso il solo ingresso in ospedale e le prime terapia consentono alle persone di riprendersi da una fase acuta: “Mi è capitato spesso di avere pazienti che la sera ti minacciano di morte e la mattina, passata la fase acuta, dopo si scusano per le cose che hanno detto”.

La questione centrale è che l’obiettivo dei trattamenti psichiatrici è quello di curare le persone malate, non l’intera società. Non siamo il braccio armato dell’ordine pubblico né possiamo sopperire a carenze di tipo sociale. Ci interfacciamo con la magistratura per le perizia psichiatriche ma gli interventi in ospedale sono interventi di cura, non di controllo sociale. Non è quello il nostro compito”.

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