Il tifo è stato certamente, per la frequenza delle sue epidemie, uno dei flagelli più gravi dei secoli passati, nonostante fosse molto meno letale della peste. Le ricorrenti epidemie nel Medioevo furono spesso associate a gente affollata nel sudiciume, al freddo, in povertà; a rifugiati, prigioni e fame; a guerre e carestia; ma di quale patologia si trattò in realtà? Prevalentemente a causa delle carenti tecniche metodologiche e di indagine, era impossibile stabilirne l’eziologia.

Oggi ne possiamo distinguere almeno tre varietà, che qui di seguito brevemente delineeremo, e che sicuramente si avvicendarono o si sovrapposero.

La febbre tifoide è una malattia batterica sistemica. Dopo un’incubazione da 3 giorni a 3 mesi (generalmente 1-3 settimane), insorgono febbre elevata, cefalea, malessere generale, inappetenza, rallentamento delle pulsazioni, esantema papuloso localizzato al tronco, tosse secca e disturbi gastrointestinali. Sintomi non sempre presenti sono quelli relativi al coinvolgimento cerebrale, ovvero delirio e ottundimento psichico, che può aumentare fino a coma profondo. È provocata da un batterio, la Salmonella typhi, appartenente ad un genere numerosissimo di cui fanno parte le Salmonelle paratyphi A e B, responsabili dei paratifi e anche le cosiddette Salmonelle minori, responsabili di infezioni e tossinfezioni a trasmissione alimentare.

La febbre tifoide rientra nell’ambito delle febbri enteriche perché viene trasmessa per via oro-fecale (i batteri vengono eliminati con le feci dall’uomo malato, contaminano l’ambiente, l’acqua, gli alimenti, e contagiano nuovi individui quando introdotti con gli alimenti o l’acqua). Può quindi essere contratta in seguito all’ingestione di acqua o alimenti (mitili, frutta, verdura, latte non pastorizzato) contaminati da materiali fecali contenenti Salmonelle che possono persistere per mesi nei liquami e nel fango e resistono a lungo anche nell’acqua e nel ghiaccio. Gli insetti, in particolar modo le mosche, possono fungere da vettori passivi dei germi patogeni, avendo come ulteriore condizione favorevole il caldo umido. L’uomo, malato o portatore (nella cistifellea) è l’unica sorgente di infezione.

Nel Medioevo, il vaso da notte che aveva fatto la sua comparsa in epoca romana, era ancora usato, e si facevano i propri bisogni anche davanti a tutti. Nelle città il senso dell’igiene personale era maggiore e l’usanza di fare il bagno era un po’ più diffusa. Esistevano bagni pubblici o sale termali che permettevano agli uomini di incontrarsi e rilassarsi. Nella sola Parigi, nel 1292, ne sono state censite 25 per 250.000 abitanti. La moda del bagno e la costruzione di latrine, segno dell’eredità culturale romana, sono all’epoca più o meno diffuse in tutta Europa. Però i bagni pubblici medievali diventarono poco alla volta ambienti equivoci. L’igiene delle strade non sembrava la preoccupazione principale: si gettava tutto fuori dalla porta e ci si muoveva tra pozze e rivoli di acqua sporca e liquame dove navigavano escrementi.

Il tifo esantematico (detto anche dermotifo) è una malattia di tipo epidemico, molto frequente soprattutto a seguito di guerre o carestie che compromettano le condizioni igienico-sanitarie delle popolazioni. La malattia, caratterizzata da febbre elevata ed esantema maculo-papuloso petecchiale il cui agente patogeno è la Rickettsia prowazeki, è trasmessa all’uomo dal pidocchio (Pediculus humanus).

Le epidemie di tifo petecchiale scoppiarono principalmente d’inverno, quando la gente si lavava meno, o a seguito dei periodi di carestia. Il tifo era favorito dal sovraffollamento negli ambienti chiusi e dalla mancanza di igiene. I pidocchi infettano le persone ed esse “restituiscono il favore” infettando altri pidocchi: le ricketsie si riproducono enormemente nel loro intestino. La mortalità si avvicinava al 100% nel caso di epidemie.

I pidocchi proliferavano nelle vesti sporche che le persone indossavano generalmente. Inoltre le campagne militari del XIV secolo coinvolgevano armate abbastanza piccole, ma la pratica militare poteva ugualmente essere devastante per le popolazioni locali. Tali gruppi armati comunque portavano malattie nei loro spostamenti: in particolare il tifo (chiamato anche “febbre di guerra”) e dissenteria. I cicli di fame, epidemie e guerra spesso si accompagnavano. Le condizioni della guerra erano infatti ottimali per la diffusione: povertà, sovraffollamento, migrazioni di massa, abitazioni inadeguate e malnutrizione.

Il tifo murino, detto anche tifo endemico da pulci, è una malattia con decorso relativamente benigno, causata da un germe: la Rickettsia typhi (veicolata dalla pulce del ratto (Xenopsylla cheopis) e di altri roditori. L’organismo umano è ospite occasionale in seguito alla puntura di tali pulci. La malattia poteva interessare con casi sporadici ogni Paese e colpiva soprattutto coloro che vivevano in abitazioni o in ambienti di lavoro infestati da ratti.

Poche malattie infettive hanno influenzato la civiltà umana e probabilmente determinando l’esito di più guerre di quanto abbiano soldati e generali, del tifo trasmesso dei pidocchi. Il tifo petecchiale venne meglio conosciuto dalla fine del ‘400, ma il concetto stesso di malattia infettiva e diffusiva era ancora lontano dall’essere concepito e dall’affermarsi; ma è ancora al celebre medico veronese Fracastoro che noi dobbiamo la più precisa descrizione del tifo petecchiale, che egli poté osservare in occasione dell’epidemia che colpì Verona nel 1525. Nel secolo successivo il medico austriaco Heinrich Spreta dedicò un libro all’argomento. Trascorreranno ancora molti secoli perché esso trovi una piena accoglienza nella comunità medica. I principali progressi contro la malattia vennero dopo il 1909 ad opera del medico francese Charles Nicolle. Sarà però l’identificazione e la caratterizzazione di microrganismi in resti antichi mediante la paleomicrobiologia a consentire la diagnosi di epidemie epidemiche di tifo in passato.

Le epidemie di tifo iniziarono in Spagna nel 1489, per poi propagarsi nel nuovo mondo negli attuali Grandi Antille, Messico, Perù, Cile. Per tutto il Cinquecento si susseguirono pandemie di tifo in Europa. Dopo alcuni episodi in Messico durante il XVII secolo, ritroveremo ricorrenti epidemie in Nordamerica sul finire dell’Ottocento. In epoca moderna la paleomicrobiologia ha permesso di identificare la prima epidemia di tifo epidemico nel XVIII secolo nel contesto di una grande guerra paneuropea nella città di Douai, in Francia, e ha sostenuto l’ipotesi che il tifo fosse stato importato in Europa da soldati spagnoli di ritorno dall’America. L’agente patogeno è stato rilevato anche nei resti dei soldati della Grande Armata di Napoleone a Vilnius, in Lituania, il che indica che fra i soldati di Napoleone vi era un’epidemia di tifo, che colpì quasi un terzo di essi, nonché come questa malattia fosse stato un fattore importante nella ritirata francese dalla Russia.

Il tifo non spaventava più la popolazione mondiale dalla fine del XIX secolo e rimaneva sotto controllo: diverse regioni registravano casi sporadici e anche piccole epidemie, ma sempre di dimensioni non allarmanti. Soltanto un’area rimaneva endemica, con tassi annuali di contagio considerevoli: l’Est europeo. La Russia presentava una media di novantamila casi all’anno.
Qualsiasi situazione storica che causasse fame e guerra, con accentramento di persone e proliferazione di pidocchi, poteva comunque creare le condizioni favorevoli per un’esplosione di tifo, come presto sarebbe accaduto, degenerando un disastro.

Così avvenne quando le forze dell’Impero austro-ungarico iniziarono il loro attacco alla Serbia, bombardando e accerchiando Belgrado, e prendendo possesso della città nel novembre del 1914.

Nel frattempo i civili e i militari della Serbia si stabilirono al Sud, in condizioni favorevoli all’esplosione di un’ondata di tifo. A novembre, infatti, l’epidemia scoppio tra le popolazione che, nel mese seguente, lanciò un contrattacco all’esercito austriaco e prese nuovamente possesso della città di Belgrado. Ma la situazione nella regione era pessima: le città erano in rovina, non si avevano locali adatti a ricoverare i pazienti; la popolazione viveva in alloggi improvvisati e sovraffollati; c’erano numerosi prigionieri austriaci, spesso anch’essi affetti da tifo, per un totale di sessantamila soldati. Questi uomini venivano mandati nelle prigioni della Serbia su treni stipati, gli eserciti serbi venivano trasferiti in aree diverse e la popolazione pellegrinava alla ricerca di condizioni di vita migliori.

Il tifo si diffuse con grande velocità durante l’inverno del 1915, nei mesi di febbraio e marzo, raggiungendo il suo picco in aprile. Il tasso di mortalità arrivò al 60 per cento: centocinquantamila persone morirono in soli sei mesi. I casi erano stimati sui seimila al giorno nelle diverse regioni della Serbia e includevano militari e civili. Il numero di medici sul territorio diminuì a causa del tifo: di trecentocinquanta, ne morirono centoventisei; alcuni ospedali persero fino all’80 percento dei loro medici. Metà dei prigionieri austriaci morì sul campo, stroncata dal male. Le operazioni militari della Serbia furono sospese per favorire il controllo della malattia attraverso varie misure sanitarie volte a combattere i pidocchi, che però non impedirono la morte del 25 percento dell’esercito.

Perciò, la forza austriaca non poté proseguire la sua invasione e la guerra in questa frontiera orientale rimase sospesa per sei mesi. Nel frattempo la Russia soffrì varie sconfitte presso il confine con la Germania e l’Impero austro-ungarico, vedendosi obbligata a tornare sui suoi passi e perdendo territori. I soldati rimasero nelle trincee, dove avevano più paura della diffusione dei pidocchi che della guerra stessa. Nel primo anno di scontro, in Russia si verificarono centomila casi di tifo; dopo le sconfitte del 1916, con la ritirata dell’esercito, il numero di casi raggiunse i centocinquantamila.

Ma sarebbe stato tra gli anni 1917 e 1921 che la popolazione avrebbe maggiormente sofferto a causa dell’epidemia, registrando un totale di 30 milioni di contagiati. Nelle città russe lo scontento della popolazione cresceva con la scarsità degli alimenti, l’aumento dei prezzi e le sconfitte di guerra. Fame, miseria e malattie si diffondevano in campagna e in città. Non potendo più sopportare la situazione, lo zar Nicola II fu obbligato ad abdicare nel marzo del 1917 e venne sostituito da un governo provvisorio. Il nuovo governo e quello successivo non furono capaci di risolvere i problemi, la guerra continuo e, nel novembre dello stesso anno, scoppiò la Rivoluzione bolscevica. Lenin, che organizzava la riscossa socialista, comandava la formazione della Guardia Rossa armata, che entrò in azione durante la rivoluzione di novembre. Assunse il potere e cercò di firmare un accordo di pace, quello che la popolazione stava chiedendo.

Con Lenin al comando, i bolscevichi cominciarono a riformare il sistema politico ed economico della Russia, che però avrebbe portato anche a una guerra civile e promosso condizioni di vita adeguate alla persistenza delle epidemie di tifo. I terreni agricoli furono nazionalizzati e distribuiti ai contadini, gli stabilimenti industriali e le banche prese dal governo, il controllo delle fabbriche trasferito nelle mani degli operai. Non si fecero attendere molto gli oppositori al regime di Lenin, tra i quali capitalisti e proprietari di fabbriche, industrie e terreni, che schierarono nelle proprie file diversi sostenitori. Cominciava così la guerra civile tra l’esercito rosso e i controrivoluzionari, chiamati Bianchi. Il terrore si diffuse in tutta la Russia: ogni persona sospetta di essere contraria al regime fu imprigionata o assassinata. Soltanto nel 1922 la guerra civile giunse alla fine, lasciando però la Russia in una grave crisi economica. Dalle sconfitte dell’esercito russo nel 1916, passando per la Rivoluzione bolscevica di Lenin, fino al 1923, la popolazione affrontò miseria, fame, denutrizione e condizioni insalubri di vita, mentre venivano costruiti settantamila campi di concentramento per i prigionieri politici. Queste circostanze contribuirono alla diffusione dei pidocchi e il tifo colpì 30 milioni di persone uccidendone 3 milioni: fu una delle peggiori epidemie della storia.

L’articolo Il tifo, dalla sporcizia nel Medioevo alla carestia nella guerra civile russa sembra essere il primo su BergamoNews.

Source

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may also like