SASSARI. È conosciuto nel mondo per le sue “germinazioni scultoree”, enormi riproduzioni di melagrane, peperoncini, grappoli d’uva, cipolle, fragole, con cui ha realizzato installazioni permanenti in Italia e all’estero. Ma in questi giorni il suo nome torna alla ribalta per il ritratto del nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi, che eseguì su commissione nel 2012.

È Giuseppe Carta, pittore e scultore nato a Banari nel 1950, emigrato nella penisola con la famiglia nel 1959, tornato dopo la pensione nel suo paese natale, dove nella sua casa-museo-atelier è anche promotore e organizzatore di importanti iniziative ed eventi culturali quali BanariArte e la Fondazione Logudoro Meilogu. Il ritratto di Draghi gli fu commissionato nel 2012 dalla Banca d’Italia (quando il neo-presidente del consiglio era già presidente della Bce) in virtù dell’antica tradizione che vuole tutti i presidenti della Banca Centrale raffigurati nella sede nazionale di Palazzo Koch, a Roma. «In un primo momento pensai a uno scherzo» racconta Giuseppe Carta, ricordando la telefonata della segretaria di Mario Draghi, che gli comunicava come il professore l’avesse scelto personalmente fra un migliaio di altri artisti. «Poi la stessa funzionaria – aggiunge con una certa emozione – mi passò il presidente e capii che la cosa era vera. Ne fui fortemente lusingato». Seguirono altri contatti e, alla fine, dopo la commissione ufficiale da parte della Banca d’Italia, venne fissato l’incontro a Roma con lo stesso Draghi. «Ci andai con un amico fotografo – dice Giuseppe Carta – perché servivano molti scatti cui attingere, in seguito, per il lavoro finale. E già dall’accoglienza – ricorda il pittore/scultore di Banari – emersero le qualità dell’uomo: affabile, cortese, disponibile». «Parlammo per tre ore – ricorda ancora – dovevo penetrare a fondo la sua personalità, per cercare di restituirla con tutto il suo spessore nel ritratto che andavo a realizzare». Così venne scelta l’ambientazione davanti alla libreria, la postura a fianco al tavolino con i libri, l’espressione intensa.

Successivamente Giuseppe Carta lavorò a lungo sui dettagli: il viso, le mani, gli occhi. Con una lettura “lenticolare” – come voleva la pittura fiamminga del Quattrocento, quasi con la lente di ingrandimento – dei particolari. «Fu un lavoro di scavo, lungo e sofferto – spiega l’artista – da cui doveva emergere quel suo sguardo sereno e disponibile, ma allo stesso tempo un po’ accigliato, animato da pensieri profondi». Gli occhi, in particolare, «espressivi e emblematici di una grande intelligenza», furono al centro dello studio del pittore, e poi il viso «che interpretai – ricorda Carta – con più rughe di quante in realtà non avesse, quasi facendo un lavoro consegnato al futuro». E alla fine, dopo una fatica lunga oltre sei mesi, il ritratto del Presidente: pensoso, col suo abito blu, immerso nei libri, «che occupano ogni angolo della sua casa».

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