Le guerre del Novecento furono spesso matrici di processi di omogeneizzazione etnica e religiosa, dall’Europa centrale ai Balcani (Yavuz 2013). Le minoranze nazionali vennero sempre più viste con sospetto o persino apertamente accusate di costituire una “quinta colonna” in combutta con il nemico. Dopo la prima guerra mondiale, molte minoranze si trovarono dalla “parte sbagliata” del confine e talvolta coltivarono il desiderio di essere ricongiunte con il Paese che vedevano come la propria vera madrepatria. Quasi tutte furono soggette a politiche di assimilazione forzata, che consisteva nella difficoltà o nel divieto di utilizzare la propria lingua materna, che si sommavano al clima di crescente autoritarismo in quasi tutto il continente.

Insomma: non c’è alcunché di sconveniente nel dire che le politiche di omogeneizzazione forzata, così come diverse forme di totalitarismo, hanno attraversato la storia del ventesimo secolo; e infatti è una cosa che viene detta sia da coloro che si occupano di storia contemporanea sia da coloro che si occupano di relazioni internazionali. Anche oggi la cosiddetta “Securitization”, cioè la trasformazione di un intero gruppo etnico in una presunta minaccia alla sicurezza e all’esistenza stessa dello stato, viene per esempio studiata in rapporto alla guerra civile siriana (Darwich, Fakhoury 2017) o alla persecuzione degli uiguri in Cina (Byler 2018).

La seconda guerra mondiale malauguratamente espanse questo concetto, alimentando un’idea di responsabilità collettiva per cui, ad esempio, l’intero popolo tedesco fu ritenuto corresponsabile delle violenze del regime nazista. Non solo le minoranze etniche tedesche furono espulse da buona parte dell’Europa centro-orientale, ma le forze di occupazione alleata in Germania spesso commisero episodi di violenza sommaria nei confronti della popolazione civile.

Anche qui: non c’è alcunché di sconveniente nel dire che, durante e dopo una guerra, ci sono svariati episodi di vendetta e ritorsioni nei danni di persone civili, magari colpevoli soltanto di appartenere al gruppo etnico, religioso o sociale ritenuto “sbagliato”.

Diverso è asserire che gli episodi di vendetta e di ritorsione siano parte di un progetto deciso dall’alto di pulizia etnica o di genocidio. Dai Balcani al Medio Oriente, passando per il Caucaso, non mancano esodi e violenze su base etnica e religiosa; ma si è ben lontani dall’unanimità nello stabilire se questi abbiano avuto un’origine pianificata o siano il risultato del caos in tempo di guerra.

La ricerca storica tenta, o dovrebbe farlo, di chiarire in maniera sempre più affinata il quadro delle responsabilità, al fine di evitare generalizzazioni semplicistiche o il rischio di usare due pesi e due misure.

Infine: che in molte aree dell’Europa orientale e al di fuori dell’Europa ci sia stato spesso una sovrapposizione ambigua tra comunismo e nazionalismo etnico è un fatto assodato, su cui sono stati scritti interi scaffali di biblioteche.

La storia tragica del confine orientale italiano, dell’Istria e del Quarnaro, così come della Slovenia e dei Balcani durante la seconda guerra mondiale è lastricata di tragedie e atti efferati di violenza ai danni della popolazione non combattente.

La ricerca storica può sempre giungere a una migliore e più precisa comprensione dei fatti attraverso l’uso rigoroso delle fonti. Un vibrante dibattito storiografico fa parte della disciplina e non deve impensierire. Alla luce delle nuove evidenze documentali disponibili dagli archivi in Croazia, è possibile oggi fare più luce sulle politiche di espulsione etnica contro la popolazione di lingua italiana (e veneta).

Come in molte parti del mondo, anche ai giorni nostri, vi furono pratiche di discriminazione o di vessazione quotidiana che resero invivibile la vita di molte persone. Di tutto questo si può e si deve certamente parlare, con i metodi e le cautele che dovrebbero essere utilizzati anche per altri episodi tragici di massacri ed espulsioni forzate di popolazioni.

Ciò che non è ammissibile è l’invenzione di numeri, dati e vicende prive di riscontro documentale.

Specialmente in rete si diffonde la falsità secondo cui nelle foibe sarebbero morte “centinaia di migliaia di persone”, ossia un numero superiore all’intera popolazione della regione prima del 1940, quando studi seri come quelli di Pupo e Spazzali (2003) hanno parlato di un numero tra tremila e cinquemila vittime. Viene artificiosamente alimentata una confusione tra i massacri delle foibe e l’esodo istriano/giuliano/dalmata, su cui ha ben scritto Miletto (2007).

La tesi che viene propagandata in tutti i modi è quella di una storia che sarebbe stata tenuta nascosta per ragioni politiche. È ben vero, come sostenevano Pupo e Spazzali, che sulle vicende istriane è calato per decenni una cortina di silenzio; ma le reticenze, i silenzi e il disinteresse furono ampiamente condivisi da una larghissima parte della società italiana e dello schieramento politico.

L’Italia fu governata dal 1947 al 1992 dalla Democrazia Cristiana, in varie coalizioni con gli altri partiti centristi della “Prima Repubblica” e poi anche con il PSI. Furono quei governi di centro a firmare il Trattato di Osimo, per ragioni di “Realpolitik” e perché si riteneva di dover coltivare i buoni rapporti con la Jugoslavia. Erano i tempi in cui esponenti politici occidentali e stelle del cinema facevano la fila per essere ricevuti da Tito nella sua residenza estiva sull’isola di Brioni, dove ancora oggi si possono vedere documenti e foto ricordo.

La politica del buon vicinato con la Jugoslavia fu sostenuta anche dagli USA perché Tito aveva rotto con Stalin nel 1948 e la Jugoslavia titoista sembrava costituire una diga contro la prospettiva di avere le truppe del Patto di Varsavia sulle sponde orientali dell’Adriatico.

Nel parlare di “comunismo” ci si dimentica che il governo titoista perseguitò i comunisti rimasti fedeli a Mosca, e tra essi i comunisti italiani e i cosiddetti “monfalconesi” che erano andati a lavorare nei cantieri navali jugoslavi.

Nel parlare dell’esodo istriano/giuliano/dalmata ci si dimentica delle condizioni vergognose in cui le persone esuli dovettero vivere per molti anni in Italia, un paese allora governato dalla Democrazia Cristiana insieme ai partiti centristi della “Prima Repubblica”, non dal Partito Comunista Italiano.

Se molte pagine e molte storie personali della storia del confine orientale italiano aspettavano da anni di essere ascoltate e scritte, non si può tuttavia apprezzare la piega superficiale che la discussione ha preso da alcuni anni a questa parte, perlopiù avvitata su contrapposizioni strumentali tra “sinistra” e “destra” o addirittura, come si legge spudoratamente sulle piattaforme di comunicazione, sul tentativo di usare il 10 febbraio come contraltare al 27 gennaio o al 25 aprile.

L’equiparazione tra shoah e foibe, o con altri massacri del ventesimo secolo, è irricevibile. Essa cancella la specificità di ogni avvenimento, buttando in un unico calderone cause e conseguenze. Il rischio è di mettere nel tritacarne gli orrori e le responsabilità di tutte le parti coinvolte, livellare il tutto e concludere con un orribile “pari e patta”, che non porta alcuna pacificazione, purificazione della memoria né giustizia per le vittime.

Quella delle foibe e dell’esodo è stata una storia tragica che va raccontata e su cui ci sono stati troppi silenzi. Sarebbe però orrendo se, alla fine, le vittime, le persone esuli, le persone optanti, le italiane e gli italiani dell’Istria e del Quarnaro venissero utilizzate solo come pedine per normalizzare o riabilitare i collaborazionisti del regime nazista, o anche solo per sminuirne i crimini.

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