Le chiamano “nuove dipendenze”: affettive, sessuali, da internet, da lavoro o shopping compulsivo. Patologie emergenti, un po’ figlie del nostro tempo, che il centro ‘Dipendiamo’ in via Clara Maffei a Bergamo tratta con molta attenzione. Da marzo 2019 – data di fondazione del centro – sono all’incirca 500 le persone che hanno chiesto aiuto, stimano i professionisti che vi lavorano.

“Con la pandemia le richieste sono aumentate sensibilmente – racconta la dottoressa Maria Chiara Gritti, psicologa e psicoterapeuta fondatrice del centro -. Le chiusure hanno costretto le persone a fermarsi, a non potere agire compulsivamente per placare la propria dipendenza. Questo ha provocato molta sofferenza, ma allo stesso tempo ha permesso una maggiore presa di consapevolezza del disagio. Pensiamo alle persone dipendenti da lavoro che durante il lockdown hanno dovuto farne a meno, o quelle che cercano di colmare il proprio vuoto con lo shopping compulsivo, impedito dalle frequenti chiusure di negozi e centri commerciali”.

 

La dottoressa Maria Chiara Gritti, fondatrice del centro ‘Dipendiamo’

 

“Vuoto” è una delle parole chiave che la dottoressa Gritti ripete con maggior frequenza. “Un vuoto interiore, emotivo – precisa – che tutte queste dipendenze cercano in qualche modo di colmare”. Non sono dipendenze da sostanze (come alcol, droghe o farmaci), ma da gesti. “Per questo sono più difficili da riconoscere e altrettanto facili da banalizzare, ma esistono sintomi precisi che delineano il confine tra ciò che in qualche modo è ‘normale’ e ciò che invece non lo è. Soprattutto – aggiunge – queste dipendenze portano ad un impoverimento della persona e della propria rete relazionale”. Fa qualche esempio: “Chi soffre di dipendenza affettiva instaura relazioni tossiche con i propri partner; chi soffre di shopping compulsivo incide pesantemente sull’economia della famiglia; chi soffre di dipendenza da lavoro trascura eccessivamente la moglie, il marito o i figli”. Con tutto ciò che ne consegue.

Circa la metà delle 500 persone che si sono rivolte al centro in questi due anni soffrono della cosiddetta dipendenza affettiva. La stessa che la giornalista e scrittrice Selvaggia Lucarelli ha descritto con queste parole in un podcast radiofonico, raccontando la sua esperienza proprio alla dottoressa Gritti: “Mi sono bucata per quattro anni. Non mi infilavo una siringa nel braccio perché la mia droga non era una sostanza, era una relazione”. Ma poiché la solitudine è temuta più di qualunque altra cosa, si finisce generalmente per mantenere il legame a tutti i costi. Ed ecco insorgere la dipendenza, che spesso può portare a disturbi dell’umore, di ansia, del sonno, psicosomatici.

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La dipendenza affettiva viene definita come una forma patologica di amore caratterizzata da una costante assenza di reciprocità all’interno della relazione di coppia, in cui uno dei due riveste il ruolo di donatore d’amore a senso unico, e vede nel legame con l’altro, spesso problematico o sfuggente, l’unica ragione della propria esistenza.

Le caratteristiche sono quelle della dipendenza da sostanze, tanto da condividerne alcuni aspetti fondamentali: la sensazione di piacere che il dipendente prova quando è con il partner gli è indispensabile per stare bene e non riesce ad ottenerla in altri modi; al contrario l’assenza comporta uno stato di allarme. Il partner è infatti visto come l’unica fonte di gratificazione, le attività quotidiane sono trascurate e l’unica cosa importante è il tempo che si trascorre insieme.

“Tendenzialmente le nostri pazienti sono donne tra i 30 e i 50 anni – prosegue la dottoressa Gritti -. Non perché gli uomini non abbiano problemi di questo genere, semplicemente fanno più fatica a parlarne. Ammettere una dipendenza da lavoro rientra più nel cliché”.

Chi soffre di dipendenza affettiva, generalmente pensa di amare molto. “Soltanto dopo si accorge di avere un problema – spiega la psicologa -. Anche quando queste persone incontrano un partner equilibrato, tendono a fuggire dalla relazione. Perché questa non innesca emozioni abbastanza forti da ‘stordirle’ dal vuoto interiore che provano. La scelta di un partner problematico, inoltre, permette di concentrarsi maggiormente sui problemi dell’altro, invece che sui propri”.

Sono dipendenze tipiche della modernità? “Sicuramente il fattore culturale incide, la società in cui viviamo non aiuta – risponde l’esperta -. La nostra è una società molto narcisista, incentrata sulla soddisfazione dei propri bisogni e sul consumismo. Anche la sfera affettiva ne risente”.

Sono invece una cinquantina i bergamaschi che seguono un percorso terapeutico per la dipendenza da lavoro. “La stragrande maggioranza sono uomini – commenta la dottoressa Gritti -. Cercano nell’ambito professionale una compensazione affettiva e una gratificazione che generalmente è mancata nell’infanzia, e si rivolgono a noi quando il corpo inizia a mandare segnali di insofferenza: dai disturbi di sonno alla pressione alta, dagli attacchi di panico fino all’esaurimento nervoso”. Spesso la dipendenza da lavoro rappresenta un problema per l’azienda. “Perché chi ne soffre finisce col lavorare troppo e male, senza concedersi il giusto riposo e senza avere sufficienti energie”, osserva.

Un percorso di terapia specifico è riservato anche alla dipendenza da internet, da smartphone e social network. “Tutti, chi più chi meno, controlliamo il pc o il cellulare più volte al giorno – è la premessa della dottoressa Gritti -, ma anche qui esiste una linea di confine. Il problema è serio quando la persone prova a farne a meno e non riesce a resistere”. La dipendenza dai social merita un approfondimento a parte. “Capita che l’identità di una persona sia indissolubilmente legata al suo profilo Facebook o Instagram. Quando ciò avviene, questi canali non sono più un completamento della propria identità, ma una parte fondamentale che giustifica l’esistenza stessa di queste persone. Un tema forte soprattutto nell’adolescenza – sottolinea – tant’è che sono una ventina le famiglie che ci hanno contattato chiedendo aiuto”.

In tutto ciò, un ruolo fondamentale lo riveste la prevenzione. “Il nostro centro – conclude Maria Chiara Gritti – offre anche momenti di incontro gratuiti, con l’obiettivo di informare e divulgare il modo in cui si formano queste dipendenze e le azioni da intraprendere per evitarle”. Perché il primo passo, come sempre, è parlarne.

 

I professionisti del centro Dipendiamo di via Clara Maffei
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