Cinquant’anni fa moriva Salvatore Mannironi, figura emblematica della Democrazia cristiana nel dopoguerra e per un quarto di secolo tra i principali rappresentanti dell’isola sulla scena politica nazionale: eletto nell’assemblea costituente nel 1946 e da questa nominato nella commissione dei 75 che materialmente definì la Costituzione, poi deputato alla Camera per quattro legislature e per una al Senato; ancora, per 12 volte sottosegretario, dai trasporti alla giustizia, e infine ministro della marina mercantile in due governi.

Era ministro del governo Colombo quando morì, a settant’anni, per un infarto, a Nuoro, nella casa di famiglia nel quartiere di San Pietro. Appartenente a una famiglia di proprietari terrieri, aveva frequentato il liceo prima in città e poi a Cagliari, stringendo un’amicizia destinata a durare nel tempo con il futuro giurista Salvatore Satta, l’autore del romanzo “Il giorno del giudizio”. Si laureò in giurisprudenza all’università di Pisa nel 1922 e poi tornò nella sua città per la professione di avvocato. Mannironi fu sin da giovane quello che si dice un cattolico militante. Si iscrive al partito popolare negli anni dell’università e ne fonda la sezione nuorese. Con l’avvento del fascismo è tra coloro che si battono per una netta opposizione a Mussolini, e negli anni a venire il suo impegno per un cattolicesimo sociale, ispirato alle idee di don Sturzo, prosegue sotto traccia in una nazione in cui il peso della dittatura diventa via via più soffocante insieme con la soppressione delle libertà civili. Esercita la professione di avvocato, ma la sua opposizione al fascismo è nota (non si iscriverà al Pnf), come si evince dalle informative dell’Ovra, dove è indicato come «accanito avversario del regime, ha sempre tenuto stretti contatti con gli altri gruppi sovversivi». Gruppi in cui troviamo avvocati e in seguito politici di spessore che sono gli amici più cari: Filippo Satta-Galfrè, Titino Melis, e ancora Pietro Mastino, Luigi Oggiano, Francesco Murgia.

Sono proprio questa rete di rapporti e le sue convinzioni politiche che contribuiranno all’arresto da parte della polizia fascista per una vicenda che, a distanza di tanti anni, non è ancora completamente chiara, probabilmente perché è uno dei casi di controspionaggio, con la Sardegna in primo piano, più eclatanti della seconda guerra mondiale. Siamo nel 1943, un anno cruciale per le sorti del regime fascista, che crollerà con la destituzione di Mussolini il 25 luglio e con la firma dell’armistizio l’8 settembre. La resa è preceduta dallo sbarco dell’esercito alleato in Sicilia, il 9 luglio, ed è qui che si inserisce la Sardegna (e obtorto collo anche Mannironi), che mesi prima finisce al centro di un’operazione di controspionaggio messa in piedi dai servizi segreti inglesi per convincere fascisti e tedeschi che lo sbarco sarebbe avvenuto sulle coste sarde, e non siciliane come accadde. Un’eventualità, quella di un rovesciamento del regime che partisse dalla Sardegna, che una figura di spicco dell’antifascismo come Emilio Lussu sosteneva da tempo, ritenendo che l’isola e il suo pugno di “sovversivi” potessero essere il primo passo di una rivoluzione che poi si sarebbe estesa alla nazione. Eventualità considerata improbabile dagli alleati, in particolare gli inglesi, che decisero comunque di utilizzarla come depistaggio in vista dello sbarco in Sicilia. Al punto da inviare, nel gennaio 1943, due agenti sotto copertura, un sardo d’origine e un ungherese, per tastare il terreno. Arrivati a bordo di un sommergibile, vennero sbarcati a Tertenia, ma furono subito catturati. C’è chi situa lo sbarco a Santa Lucia , chi a Cala Gonone (dove dall’epoca una roccia in riva al mare è chiamata S’inglesu), ma questo non cambia i fatti.

La loro perquisizione portò alla luce un elenco di oppositori del regime che avrebbero potuto fornire appoggio logistico, e una mappa dei luoghi in cui i due si sarebbero dovuti recare. Tra questi oppositori c’era il nome di Salvatore Mannironi, e nella mappa un podere di famiglia vicino a Nuoro, Jacu Piu. Fu così che scattò l’arresto, per lui e le altre persone indicate, che durò nove mesi, dunque oltre la caduta del fascismo e l’8 settembre. Mannironi si difese dicendo che era all’oscuro di tutto, tesi sostenuta anche dopo la guerra, benché non amasse parlare dell’episodio. Ma cosa era accaduto? L’elenco, la cui paternità veniva attribuita a Lussu (il quale a sua volta ha sempre affermato di non averlo mai vergato: ma suo cognato, il fratello della moglie Joyce, era ai vertici del servizio segreto britannico Soe, e il leader sardista in quel periodo era a Londra) nascerebbe in realtà da una lettera che questi ricevette due anni prima da un altro grande antifascista, il nuorese Dino Giacobbe, combattente della guerra di Spagna, perseguitato dal regime e all’epoca rifugiato negli Usa; lettera in cui venivano indicate persone che avrebbero potuto fornire appoggio logistico in caso di insurrezione. Mannironi era definito «un giovane quadrato, se mai ce n’è stati, il capo dell’azione cattolica in Sardegna, sardo di quegli antichi». Tutti nomi che i servizi inglesi non si fecero scrupolo di utilizzare per il depistaggio.

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