SASSARI. La parola perdono attraversa la chiesa come una scossa elettrica. Monsignor Saba sembra soppesarla attentamente, prima di lasciarla andare. Davanti a lui, sotto l’altare, c’è la bara di Antonio Fara, il barista ucciso a calci, pugni e finito con una martellata. A sinistra la sorella Ilenia, in ginocchio, le mani giunte, e ancora lacrime da versare. «Grazie per tutto l’amore che ci hai dato», è la sua dedica al fratello. Un amico le accarezza i capelli, le asciuga le guance e le notti insonni. E poi c’è Giampiero, il papà di Antonio, sulla sua sedia a rotelle, prosciugato di forze, di ossigeno e di vita. Intorno tanti amici, una coperta di affetto sopra una morte agghiacciante.

Per scrivere la parola perdono occorre una matita con la punta sottile, un tratto delicato che sfiori appena l’anima. Stride troppo sopra l’efferatezza di questo terribile delitto. E sopra le ferite profonde sul corpo di un uomo buono, e su quelle ancora aperte di chi è lì perché gli ha voluto bene. Allora il vescovo prepara una fodera soffice di parole, dove adagiare questa parola. «Nella casa del Padre ci sono molte dimore – dice – Siamo chiamati ad essere accoglienti gli uni verso gli altri. Accoglienza: uno dei tratti della personalità di Antonio è stato proprio questo. L’accoglienza non è altro che il segno dell’amore di Dio». Antonio Fara nella sua vita aveva allungato tante volte la mano verso il più debole. “Ama il prossimo tuo” come impostazione di default della propria esistenza. E ha anche pagato il prezzo della sua generosità, perché la mano bisognosa è stata proprio quella che alla fine lo ha tradito. «La nostra preghiera va anche verso chi ha compiuto un gesto così efferato, chi ha osato tanto – dice monsignor Saba – la parola “perdono” è difficile anche solo pronunciarla, così come è difficile purificare la mente. Ora la giustizia deve fare il corso. Tutti noi invece dobbiamo fare in modo che fatti come questo non restino mai nella sfera domestica. Dobbiamo riflettere e non lavarci le mani davanti a offese, discriminazioni, soprusi, violenza e aggressività».

Antonio, nella sua vita, condensava queste parole in un’altra, che suonava più semplice e immediata: diritto. La bandiera del Movimento Omosessuale Sardo adagiata sulla sua bara, con i 4 mori che si baciano sulle labbra, e l’affettuosa commozione di tutta la comunità Lgbt, sono il ringraziamento per essersi sempre speso con generosità e fermezza, battaglie portate avanti per il diritto a essere se stessi, a vivere con gioia l’omosessualità. Gli piaceva molto uno slogan: «Restiamo Umani», e c’è tutto Antonio. «Lui che ha militato tutta una vita nel Mos, che ha collaborato alla costruzione del Borderline, spazio di libertà, incontro e contaminazione che attraversava classi, generi, orientamenti, colori della pelle e percorsi di vita, luogo di progresso sociale. Lui che ha partecipato a tante battaglie contro la violenza sulle donne, il razzismo, l’omobitransfobia e qualsiasi discriminazione». Si è speso in vita, e anche il suo sacrificio si caricherà di un fine: «Giustizia a 360° che non si limiti a punire l’autore – dice il Mos – che dovrà rispondere di tanta ferocia, ma che ricerchi anche le responsabilità di chi lo ha abbandonato solo, per strada, con i suoi disturbi e dipendenze, libero di scatenare la sua rabbia violenta contro persone la cui unica colpa è stata averlo incrociato o aiutato. E’ davvero questo il sistema di assistenza sociale e psichiatrica di questa città? Quali sono le strutture che devono ospitare pazienti psichiatrici e soggetti violenti che non possono essere lasciati sulle spalle di famiglie disperate? Quanti altri morti dovremo contare prima che qualcuno, all’Ats o all’Aou, si accorga della totale inefficienza del nostro sistema sanitario?».

Source

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may also like