Che non sia più una festa, da molto prima che arrivasse il Covid a incancrenire le cose, è ormai una granitica certezza. Oggi come ieri, sul fronte del lavoro in Sardegna non c’è proprio niente da festeggiare. L’elenco delle grandi crisi aziendali e industriali viene ripetuto anno dopo anno come l’appello delle vittime negli anniversari delle stragi. Eurallumina, polo industriale di Porto Torres passato negli anni da quindicimila a mille occupati, Air Italy sull’orlo del baratro. Vertenze che coinvolgono decine di migliaia di uomini e di donne con i loro sogni spezzati o in procinto di infrangersi.Quelle persone e le loro famiglie fanno parte di un esercito composto anche da artigiani, ristoratori, stagionali, titolari di imprese familiari che sono sedute da quattordici mesi a contemplare l’abisso del loro futuro offuscato dal covid. Oggi nessuno di loro ha voglia di festeggiare.

Del resto, che festa potrebbe mai esserci nell’isola del record della disoccupazione giovanile (40,9 per cento contro la media nazionale del 29,4), dove un sardo su tre un lavoro non ce l’ha o lo ha perso, dove solo 55 donne su cento hanno una occupazione (retribuita) fuori dalle mura domestiche, dove nell’ultimo anno c’è stato un crollo del 27 per cento del numero degli occupati ed è aumentato del 28 per cento il numero degli inattivi?Quello che si celebra oggi è il funerale del lavoro, un lutto collettivo che ciascuno vive in solitudine perché sopporta da solo i morsi del bisogno, la preoccupazione per le bollette da pagare, i problemi della indigenza. Il fatto che ci siano tanti altri nella stessa condizione non è consolatorio. Sapere che anche altri non hanno più niente da mettere in tavola non sazia la tua fame.

I fondi futuri del Recovery fund sono un miraggio nel deserto dove i “ristori”, per certe categorie, sono arrivati (quando sono arrivati) come beffarde gocce d’acqua a chi sta morendo di sete.La proroga del blocco dei licenziamenti prima o poi finirà, gli ammortizzatori sociali un giorno o l’altro si esauriranno. Resteranno le 474.271 pensioni (dati dicembre 2020) dei nonni e delle nonne che si caricano sulle spalle il peso economico dei figli e delle loro famiglie. L’importo medio è di 771 euro al mese e, considerando le pensioni alte, significa che la maggioranza dei pensionati sardi eroicamente affronta con i propri magri redditi la crisi delle persone più care .In questo quadro desolante sarebbe bello poter annunciare che ci sono decine di migliaia di posti di lavoro in arrivo. In Sardegna, proprio qui, nella terra amara del lavoro che non c’è e delle grandi crisi. Lavoro per tutti: ingegneri, architetti, avvocati, operai, baristi impiegati, albergatori, ristoratori, idraulici. Lavoro per uomini e per donne di buona volontà. E il bello è che è proprio vero perché nelle casse c’è da anni, in qualche caso da decenni, una enorme quantità di denaro dormiente in attesa di essere utilizzata.

Si tratta di quattro miliardi e trecento milioni di euro finanziati negli anni per realizzare strade, infrastrutture di cui l’isola ha bisogno. Sono una sessantina di grandi opere stradali finanziate _ con fondi europei e non solo _ che dovrebbero essere appaltate da Anas, Regione, Province. E poi ci sono le centinaia di progetti per sistemare la viabilità dei piccoli e medi comuni.Strade che significano lavoro. Secondo uno studio, ad ogni milione di euro stanziato per opere pubbliche corrispondono dai nove ai dieci posti di lavoro. Non è difficile moltiplicare quella impressionante montagna di soldi per il numero di assunzioni che l’avvio dei lavori renderebbe possibili. Altro che Recovery, verrebbe da dire, sperando comunque che anche quelle opere vengano realizzate. Con la differenza che i quattro miliardi e trecento milioni ci sono già, e la loro realizzazione non solo spianeregbbe la strada maestra del lavoro, ma renderebbe possibile la realizzazione delle infrastrutture necessarie per rimettere in cammino la Sardegna.

Se la soluzione è così semplice, perché semplicemente non viene fatto? Perché da anni e anni le pratiche passano di mano fino ad arenarsi in quel porto delle nebbie che è la pubblica amministrazione. Un porto dove ogni pratica finisce in un gioco di specchi di responsabili di procedimento, uffici, vidimatori, passacarte. Tutti regolarmente retribuiti. Oggi loro possono festeggiare il lavoro che hanno. Anas, Regione, province, Città metropolitana, Unioni dei comuni e comuni grandi e piccoli: tutti responsabili, nessun responsabile. Buon primo maggio, comunque, con l’augurio che il lavoro arrivi presto per chi non ce l’ha o lo ha perso.

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