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Riceviamo e pubblichiamo a seguire l’intervento di Pierpaolo Pisano (Ugl Catanzaro)

Diventa quasi imbarazzante scrivere di una Festa del Lavoro alla luce di quanto viene certificato, dai vari istituti ed a vario livello, relativamente allo stato di “salute” del malato.

Il riferimento non casuale ovviamente è al Lavoro che non c’è, che si è perso o si perderà per la crisi sanitaria ed anche per scelte sbagliate rispetto alla gestione della stessa.

In un anno lo scenario economico ha lasciato per strada oltre novecentomila lavoratori. Un’ecatombe socio economica che sicuramente può essere compresa ma che altrettanto deve essere studiata e meditata senza approcci di natura ideologica ed ancor più senza la presunzione di voler per forza di cose imporre la propria ricetta per risolvere un problema che viene da lontano e che la pandemia, legata al Covid 19, ha solo acuito fungendo da acceleratore in termini economicamente negativi.

È un tessuto economico pieno di crepe quello italiano, pieno di spaccature e divisioni.
Un sistema che, oggi più che mai, sembra abbia completamente smarrito uno spirito solidaristico ed al contempo capace di fare esplodere le mille potenzialità troppo spesso lasciate ai margini del mercato.
Un mercato del lavoro che si contraddistingue sempre più per il conflitto generazionale tra i padri garantiti ed i figli in cerca di una possibilità che sia per loro occasione di crescita ed affermazione nonché di vero e proprio riscatto se pensiamo al mezzogiorno d’Italia.

Alla distanza siderale tra il mondo dei garantiti e quello dei precari, ai tassi di disoccupazione giovanile altissimi, alle analisi di natura demografica ed economica che registrano lo sradicamento e lo spopolamento di alcune aree della nazione per via della nuova emigrazione economica, aggiungiamo il colpo di grazia alle piccole partite iva, ai negozi di vicinato ed ancora ristoratori, mondo della cultura e dello spettacolo con i loro indotti.

In questi ultimi casi la politica si è trincerata nell’atteggiamento pilatesco del “salvo il salvabile”. Peccato siano sempre i soliti a salvarsi e sempre i soliti a perire.
Dinanzi a questa apocalisse economica servirebbe il coraggio degli investimenti importanti, quelli mirati e non a pioggia, ma soprattutto servirebbero politiche lontane dal caratterizzarsi come catalizzatrici di consenso ma che sappiano prendere di petto il problema Lavoro con responsabilità e serietà.

Quando parliamo di lavoro parliamo di economia, parliamo politiche fiscali, parliamo di persone e famiglie. Parliamo di sviluppo e di Futuro. In questi anni, è triste dirlo, tutto questo non ha fatto parte dell’agenda politica e non esagero a dire che in alcuni casi il Covid 19 sia diventato uno strumento utilizzato dai pochi a scapito di molti.

Ecco perché oggi la disillusione avanza. Perché il tema non viene discusso con quella sensibilità e con un piglio che richieda audacia, scelte lungimiranti e lontane da miopie ideologiche.

Il lavoro dovrebbe tornare ad essere una visione di insieme, un progetto armonico di crescita collettiva capace di dare alla nazione gambe forti per correre e competere nel mondo. Giovanni Paolo II disse “La grandezza del lavoro è all’interno dell’uomo”. Aggiungerei che senza Lavoro l’uomo rimane schiacciato dal peso di una grandezza inespressa.

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