Se non facciamo distinzione tra uomini e donne, la speranza di vita alla nascita scende oggi a 82 anni rispetto al 2019. Dividendo i generi, invece, va peggio agli uomini: per loro la loro speranza di vita alla nascita scende a 79,7 anni, mentre per le donne si attesta a 84,4 anni. A 65 anni la speranza di vita scende a 19,9 anni (18,2 per gli uomini, 21,6 per le donne).

L’eccesso di mortalità si registra chiaramente nelle età più fragili: per gli uomini nella fascia tra gli 80 e gli 89 anni (circa 22 mila decessi in più dell’anno precedente) mentre per le donne (più longeve degli uomini) tra i 90 e i 94 anni di età (oltre 15 mila decessi in più).

Questo emerge nel report Istat sugli indicatori demografici del 2020. Il dato, che descrive lo stato di salute della popolazione nelle regioni italiane, risente ovviamente quest’anno in modo particolare del forte aumento del rischio di mortalità, specie in alcune aree del nostro Paese, per alcune fasce d’età: nel 2020 i decessi totali in Italia sono stati 746 mila, il 18 per cento in più di quelli rilevati nel 2019, con una sopravvivenza media diminuita. A ciò va aggiunto il minore numero di nascite, che fa sì che la cosiddetta “dinamica naturale nascite-decessi” sia di -342 mila unità. Dato da considerarsi quindi «temporaneo» perché legato al Covid, che – pur a fronte dell’aumentata mortalità in età più avanzata – mantiene sostanzialmente attorno ai 46 anni l’età della vita media degli italiani.

Ma a Bergamo tutti questi dati peggiorano: e qui si capisce molto bene l’incidenza della pandemia da Coronavirus. Nella provincia orobica infatti per gli uomini la speranza di vita alla nascita è più bassa di 4,3 anni rispetto al 2019 e per le donne di 3,2 anni.

Come cambia la speranza di vita nelle diverse regioni

Tra gli uomini la riduzione della speranza di vita alla nascita varia da un minimo di 0,5 anni (vale a dire 6 mesi di vita media in meno) in Calabria a un massimo di ben 2,6 anni in Lombardia. Le regioni del Centro-sud registrano perdite inferiori, poiché meno colpite dagli effetti della pandemia. I dati sono comunque importanti. In Abruzzo, Puglia e Campania la riduzione di sopravvivenza per gli uomini è di oltre un anno rispetto al 2019. Ma è stato soprattutto il Nord a pagare il prezzo più alto: oltre che nella già citata Lombardia, gli uomini registrano riduzioni rilevanti anche in Piemonte (-1,7 anni), Valle d’Aosta (-1,7), Liguria (-1,6), Trentino-Alto Adige (-1,6) ed Emilia-Romagna (-1,5). Lo schema si ripete tra le donne, anche se in maniera un po’ differente: nelle regioni del Centro-sud si riscontrano variazioni più contenute, minime in Calabria e Basilicata (-0,3 anni) così come nel Lazio e in Campania (-0,4). Si tratta comunque di perdite importanti, dell’ordine dei 3-5 mesi di speranza di vita in meno, ma di certo non paragonabili ai 2 anni pieni persi dalle donne in Lombardia o ai 2,3 anni persi in Valle d’Aosta, dove si riscontra la condizione piu’ critica.

La variazione della popolazione

La diminuzione della popolazione colpisce maggiormente il Mezzogiorno (-7 per mille) rispetto al Centro (-6,4) e al Nord (-6,1). Solo il Trentino-Alto Adige ha un segno più, timido, nel bilancio demografico: +0,4 per mille. Numerose, e concentrate nel Nord-ovest, le province che nel 2020 perdono almeno l’1% della popolazione: Vercelli, Asti, Alessandria e Biella in Piemonte; Savona e Genova in Liguria, Pavia e Cremona in Lombardia. Nel Centro del Paese soltanto la provincia di Macerata si trova nelle medesime condizioni mentre nel Sud, oltre alla citata Isernia, figurano anche le province di Benevento, Avellino, Campobasso, Potenza e Crotone. Nelle Isole, infine, il decremento demografico interessa le province di Caltanissetta, Enna, Nuoro e Oristano. La provincia di Bolzano (+2 per mille), al contrario, è l’unica a vantare un saldo demografico positivo.

Più culle vuote

Il 1° gennaio di quest’anno i residenti in Italia erano 59 milioni e 259 mila. L’aumento delle morti si è affiancato alla riduzione delle nascite, il che – va detto – pesa sulla fotografia generale del nostro Paese: 404 mila nascite (sono state 577 nei dodici mesi precedenti, che significa 30% in meno) contro 746 mila decessi.

Il cosiddetto “tasso di fecondità” è dunque sceso a 1,24 figlio per donna, da 1,27 del 2019 (era 1,40 nel 2008).

 

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