Fiammata al Centro oli di Viggiano

Con un anno e mezzo di ritardo si è conclusa nei giorni scorsi la trattativa fra Regione Basilicata ed Eni-Shell per il rinnovo della concessione petrolifera Val d’Agri. L’accordo contiene, come è noto, le misure di compensazione ambientale che sul piano finanziario, per i prossimi dieci anni, possono essere sinteticamente quantificate, sulla base dei dati attuali di estrazione, intorno a 500 milioni di euro, a cui vanno aggiunti un totale, nello stesso periodo, di 1,6 miliardi di metri cubi di gas.

Oltre a queste cifre, però, non è dato sapere di più. O meglio ci sono indicazioni generiche di finalizzazione delle risorse economiche a non meglio precisate azioni di sostenibilità ambientale e sviluppo di attività economiche “no oil”, o anche riferimenti ad un indefinito utilizzo del gas messo a disposizione della Basilicata. Tutto però, al momento, alquanto nebuloso. A dichiararlo è Antonio Lanorte, presidente di Legambiente Basilicata.

“”Ebbene – dichiara Antonio Lanorte, Presidente di Legambiente Basilicata – è necessario invece diradare il più presto possibile queste nubi. Si tratta infatti di aspetti decisivi per il presente e il futuro di quel territorio e dell’intera Regione”.

“Sul tema della sostenibilità ambientale – sostiene Lanorte – riteniamo sia utile conoscere le azioni che si intendono mettere in campo per garantire quelle condizioni di sicurezza risultate clamorosamente carenti in 20 anni di estrazioni fossili, nei quali le compagnie petrolifere hanno manifestato livelli di approssimazione, incuria e disprezzo per il pubblico interesse alla salute e all’integrità dell’ambiente, preoccupanti e inaccettabili, con una storica e conclamata indisponibilità a mettere in campo garanzie tecnologiche credibili. La situazione in Val d’Agri, dopo venti anni di estrazioni, è peggiorata dal punto di vista socio-economico, ambientale e sanitario. Pertanto, a prescindere dalle risorse economiche disponibili, è fondamentale capire adesso in che modo la Basilicata intenda recuperare il tempo perduto sul fronte dei controlli, della sicurezza e delle bonifiche, costruendo un moderno sistema di monitoraggio, controllo e ripristino ambientale ed adottando organicamente strumenti di valutazione e prevenzione. Un sistema accompagnato da regole e procedure certe e gestito dalla mano pubblica in grado di dettare la linea a prescindere dai forti interessi economici in gioco”.

“Poi – continua Lanorte – c’è il tema dello sviluppo delle attività economiche “no oil”, la questione per noi decisiva, perchè si tratta di programmare lo scenario Val d’Agri 2030, anzi 2029 visto che la concessione scadrà ad ottobre di quell’anno. Ma bisogna farlo adesso per evitare i rischi di desertificazione industriale e occupazionale che si sono drammaticamente materializzati altrove. E lo scenario Val d’Agri 2029 deve essere senza nessun dubbio e ambiguità lontano dal petrolio. Per questo noi chiediamo realisticamente, ora, la messa in campo di una strategia di rinuncia al petrolio in Val d’Agri da completare fra nove anni. Programmare la fuoriuscita dal petrolio con la partecipazione attiva delle compagnie petrolifere: questa è la sfida dei prossimi anni in Basilicata. Al momento verifichiamo l’assenza di qualsiasi indicazione sul come, quando e verso dove si vuole andare per costruire un futuro no-oil in Basilicata, che possa servire anche come buona pratica da replicare a Tempa Rossa. La riconversione produttiva “oltre” il petrolio deve puntare sulla bioeconomia, sulla chimica verde e sulle rinnovabili. Su questi temi servono progetti reali attraverso cui la Regione Basilicata e i grandi gruppi industriali del settore che oggi viene denominato oil&gas, avviato ormai verso una crisi inesorabile, possono innescare nuove dinamiche di sviluppo attraverso una giusta transizione. per garantire un futuro davvero sostenibile in grado di generare più occupazione”.

“Infine – conclude Lanorte – una riflessione sull’utilizzo del gas va necessariamente fatta. Bisogna subito chiarire che in un momento storico in cui crisi climatica e transizione energetica sono le sfide più importanti da affrontare (e saranno i temi centrali del post pandemia), il metano non rappresenta certo la soluzione, anzi è parte essenziale del problema. Insomma la decarbonizzazione non passa per il gas e legare progetti futuri all’utilizzo “sostenibile” del metano non ha alcun riscontro reale. Il futuro prossimo consiste nell’elettrificazione dei sistemi di riscaldamento domestico e quindi anche l’uso del metano appartiene già oggi ad un modello energetico vecchio ed inquinante. Bisogna inoltre dire chiaramente che pensare di realizzare un hub energetico per la produzione di idrogeno da metano, il cosiddetto idrogeno blu, non ha senso né sul piano ambientale né su quello economico. Solo l’idrogeno verde, quello prodotto da fonti rinnovabili per alimentare l’elettrolisi dell’acqua è compatibile con la transizione energetica necessaria. Tuttavia va precisato che anche l’idrogeno verde non può essere la soluzione a tutti i problemi climatici ed energetici, perché i suoi processi di produzione richiedono un grande dispendio di energia ed è quindi opportuno concentrarne l’utilizzo solo per la mobilità pesante o per quei punti di consumo difficilmente riconvertibili con le rinnovabili, come i poli siderurgici”.

Source

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may also like