“La situazione qui in India è disastrosa e c’è tanta paura. Ho troppi amici che hanno il Covid o sono già morti. Abbiamo vissuto un vero e proprio lockdown solo di qualche mese nella primavera del 2020, ma poi i negozi hanno riaperto, così come le attività lavorative e la gente ha ricominciato a spostarsi”.

Inizia così il racconto di Rakhi Banerjee a Bergamonews: è in collegamento da Calcutta, sfinita dalle centinaia di chiamate e messaggi giornalieri che le comunicano l’ennesimo caso positivo o persona cara colpita dal virus.

Lei è la referente della base operativa nella capitale del Bengala Occidentale della Onlus di Scanzorosciate Missione Calcutta.

Tra l’India e Bergamo, infatti, c’è un filo rosso sottile che dura ormai da 29 anni. Si chiama Missione Calcutta Onlus, nata nel 1992 a Scanzorosciate, da Hélène Ehret, 87 anni, alsaziana d’origine e bergamasca d’adozione, che ha fatto dell’aiuto dei bambini e delle bambine bisognosi dell’India lo scopo della sua vita. Un raggio d’amore e solidarietà che, anche se ormai ha valicato i confini dell’India, trova a Calcutta il suo centro nevralgico e una delle sue basi operative.

Il Paese continua a registrare un altissimo numero di casi giornaliero. 368.147 nelle ultime 24 ore, con 3.417 morti: lo rende noto il ministero alla salute indiano. Il 74% dei nuovi positivi si concentra in dieci stati del paese: a Delhi, nello stato di Mumbai, il Maharashtra, e in Karnataka, Kerala, Uttar Pradesh, Tamil Nadu, West Bengal, Andhra Pradesh, Rajasthan e Bihar.

“Dallo scoppio della pandemia abbiamo lavorato per  consegnare cibo e prodotti igienici ai bambini che sosteniamo a distanza, i giovani diversamente abili ospiti dei nostri istituti, gli anziani che aiutiamo e i pazienti della nostra clinica ortopedica per un totale di 15mila persone – ci spiega Marialuisa Casella, direttore operativo di Missione Calcutta Onlus – Abbiamo installato 15 punti per il lavaggio mani nelle scuole di sette distretti del Bengala Occidentale per 5.690 studenti. E 4.550 studenti hanno ricevuto verdure biologiche grazie agli orti scolastici creati nel West Bengala”.

Ma, una situazione che sembrava sotto controllo, è drammaticamente peggiorata.

“Quello che è più preoccupante è che manca l’ossigeno, ho un amico che si trova in ospedale da stamattina in gravissime condizioni e non ha ancora ricevuto il suo ossigeno”, racconta preoccupata Rakhi.

La richiesta di ossigeno da parte degli ospedali indiani, infatti, in particolare nelle metropoli, resta altissima e anche nelle ultime ore numerose strutture hanno dichiarato forfait, con i familiari dei pazienti costretti a procurare loro stessi le bombole. Uno dei più grandi ospedali della capitale, quello di Safdarjung, ha fatto sapere che, mentre normalmente una cisterna di ossigeno durava due settimane, da quando è scoppiata l’emergenza si esaurisce in 24 ore.

“Il motivo di questa impennata di contagi? Hanno decisamente inciso le feste religiose degli ultimi mesi- spiega Rakhi – come quella di Durga Puja (in onore alla dea dell’energia vitale, della forza, della guerra, della protezione) che trova a Kolkata uno dei suoi centri più importanti e per il Kumbh Mela, un pellegrinaggio indù che si tiene ogni 12 anni in tirtha sacri, o siti di guadi fluviali, lungo il fiume Gange. Entrambe hanno richiamato migliaia di persone e quasi mai sono state rispettate le norme anti Covid”.

Non solo, anche la campagna elettorale indiana dell’ultimo mese ha fortemente inciso, svolta senza mascherine. Si è, infatti, votato per rinnovare i parlamenti locali, tra cui quello più importante per numero di elettori, il Bengala Occidentale, che ha circa 100 milioni di abitanti, la cui capitale è Calcutta.

“Le elezioni hanno necessariamente comportato spostamenti nella capitale, ma l’effetto peggiore che ha comportato è che ha portato il virus nelle zone rurali – spiega Banerjee – Se, infatti, le aree rurali prima sono state più risparmiate perché si sono auto isolate, ora i comizi elettorali in ogni parte dell’India hanno provocato che il virus sia arrivato anche in queste zone. E la situazione è davvero disastrosa, anche perché tra lì e gli slum è difficile quantificare i positivi”.

Un’altra spinta al dilagare dei contagi è arrivata dai grandi raduni sportivi e religiosi: dalla sfida di cricket tra India e Inghilterra in Gujarat con oltre 130mila tifosi ammassati.

A incidere, certamente, anche un troppo prematuro “liberi tutti” che, a distanza di pochi mesi, si è dimostrato affrettato.

“Tra tutti noi c’era un sentimento di grande fiducia – spiega Rakhi – A febbraio la cifra dei positivi era scesa al di sotto dei 10mila contagi al giorno e i media avevano iniziato a scrivere che i casi erano sotto controllo. Il Governo ha riaperto i locali e i ristoranti e la gente ha ricominciato a spostarsi in massa. Ci sentivamo tutti fiduciosi e convinti che il peggio fosse passato, anche perché erano iniziate le vaccinazioni e non sembravano esserci intoppi. Invece, probabilmente per gli eventi elencati prima, c’è stata una grandissima impennata, che non avevamo visto un anno fa. La rieletta Mamata Banerjee (Primo Ministro del Bengala Occidentale) ha detto che sta lavorando per rendere i vaccini gratuiti e privatizzarli, così da dare un’accelerata. Ma ancora non c’è nulla di certo. Speriamo.”

“C’è tanta paura, ma cerchiamo di restare saldi”, ha concluso Rakhi.

Intanto, Missione Calcutta Onlus è al lavoro per dare vita ad un progetto di assistenza domiciliare per portare aiuto agli oltre 1250 cittadini di Calcutta, tra uomini, donne e bambini, in particolare delle aree rurali, che sostengono così da garantire cibo ed assistenza sanitaria.

“A breve partirà una raccolta fondi per sostenere questo progetto: ogni aiuto sarà fondamentale per tutte le famiglie che sosteniamo che hanno un disperato bisogno di aiuto”, ha concluso Marialuisa Casella.

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