Moro e Impastato

Ero a scuola, quando il 16 marzo 1978 venne rapito Aldo Moro, allora Presidente della Democrazia Cristiana. Accendemmo in classe il televisore e ci ammutolimmo insieme ai compagni nell’apprendere le dinamiche del rapimento e dell’uccisione della scorta. Ne rimanemmo sconvolti per la dinamica della violenza messa in atto, ma non comprendemmo il senso politico del gesto e il rischio della deriva politica che avrebbe avuto inizio da quel momento nel nostro Paese.

Ne seguì un altro dramma: quello della sua barbara uccisione.

Appartengo a quella classe generazionale di mezzo, che risulta ancora frastornata da quegli avvenimenti. Troppo giovane per comprendere, allora; troppo pigra per ricostruire una memoria, oggi. Sono trascorsi poco più di quarant’anni; un tempo decisamente ampio, in cui, però, davvero pochi hanno avuto a cuore il recupero e la valorizzazione di una figura, per certi aspetti scomoda, della novità politica post-fascista.

La classe dirigente di quegli anni non ha voluto fare i conti con la Storia e con la propria coscienza. Più facile rifuggire nell’oblio. Meglio nascondere il pantano determinato dall’incapacità di fronteggiare la situazione e di svicolare rispetto alle responsabilità politiche e istituzionali di quegli anni. Ha provato a lavarsi le mani, in senso pilatesco, attraverso le Commissioni parlamentari d’inchiesta e a rilanciare la palla alla Magistratura, nel tentativo che fosse il tempo e lo spazio giudiziario a ristabilite la verità storica. Ma i segreti e le menzogne resistono.

Sta di fatto, che ha provato a nascondere un gigante di onestà intellettuale e di modernità dietro il velo della miseria umana e politica che da decenni la contraddistingue. Ha provato a nasconderlo a noi, fanciulli di quell’epoca, ma lo ha nascosto a se stessa e al Paese, che forse ha bisogno di ricominciare da lì, da quello stile umano e politico che era proprio di Moro, giustamente considerato instancabile promotore del dialogo.

Non è possibile che quel volto e la dignità della sua persona rimangano sconosciuti ai più. Sarebbe ed è una crudeltà.

A quel tempo, per come percepito, essere moroteo significava essere troppo fine nei ragionamenti, troppo sottile nell’interpretare la realtà, temo, troppo avanti per essere compreso nel fermento passionale della politica degli anni sessanta. Quell’aggettivo aveva il costruito e malinteso senso dell’inutilità.

Eppure c’è stato un tempo e ci sarebbe stato altro tempo, se la stupidità della violenza avesse ceduto il passo alla pazienza, per capire e per svelare lo spessore di questa figura e delle sue intuizioni. Rimpiango questo statista, per certi versi avanguardista, specie per non averlo conosciuto abbastanza mentre era in vita. Ma a dispetto di quanti hanno voluto tenere nascosta questa personalità, magari nel tentativo di eliminarla per sempre dalla Storia, io l’ho incontrata. Nel suo discorso pronunciato all’Assemblea Costituente il 13 marzo del 1947, traspare, a mio avviso, tutta la novità del suo pensiero e la lungimiranza della sua azione politica. Moro si è speso fino in fondo per questa idea dell’umano e lo ha fatto con coraggio, sapendo di rischiare un prezzo altissimo. E lo sapeva anche la sua adorata moglie, Eleonora. Basta leggere alcune sue lettere dalla prigionia.

La sua idea resiste ed ogni volta che provo a ragionare con i miei studenti sulla portata dell’articolo 2 della Costituzione, in particolare, la mia commozione sopraggiunge e fatico a trattenere un adeguato autocontrollo nel rappresentare il profondo significato della scelta personalista, che ispira il senso del nostro stare insieme, in un respiro di libertà intimo e dignitoso che solo Moro, per le sue caratteristiche di onestà e di affabilità, poteva agire nella sede costituente, per recuperare un consenso intorno a questa idea di autentico progresso: il valore della persona prima del valore dello Stato. Si collocava abbondantemente oltre il senso dell’antifascismo. Non gli interessava la contesa, gli interessava vincere sul piano della visione futura di una società autenticamente democratica. Ha scommesso sul sogno e, per me, ha vinto. Era ed è un sogno che si incarna profondamente nei principi innovatori della nostra Costituzione. Complesso, difficile, ma concreto. Sul piano pratico, l’interpretazione autentica di questo principio ci ha permesso di conquistare nuovi diritti e di mettere a tutela nuovi sensi di dignità sul piano sociale, sul piano economico, sul piano politico, ma soprattutto sul piano dell’umano ed altre sfide potremo cogliere nell’arricchire il ventaglio delle nostre tutele. Molto vi sarebbe ancora da scrivere alla luce di questo faro personalista.

Questa straordinaria impostazione tiene insieme il senso della protezione, ma anche dell’azione che si esplica nelle fertili dinamiche che si instaurano tra il senso della libertà, dell’uguaglianza e, soprattutto, della solidarietà. Nessuno più di lui, nel panorama politico degli ultimi quasi ottant’anni, ha saputo incarnare meglio il senso della democrazia, secondo questa declinazione. La sua mitezza nascondeva un coraggio straordinario ed una lucidità unici. Queste virtù espresse e testimoniate, ma, soprattutto, agite per il bene della nazione, rimangono nella mia storia e spero nella storia di molti, se solo avessero la pazienza e la voglia di scoprire il senso delle sue battaglie; quelle che lo hanno reso inviso ai potenti di turno, nel mondo dominato dalla guerra fredda. Un uomo libero come Moro non poteva piacere né all’Est né all’Ovest. Dietro il suo garbo umano e istituzionale, era malcelato il suo guizzo ideale verso un approdo che superava le logiche immanenti del potere, di qualunque colore esso fosse. Era sempre un passo più avanti, nella sua mediazione più che intermediazione. Aveva la capacità di andare incontro, non rinunciando mai alla sua parte, ma addirittura superandola e portandola oltre l’interpretazione comune, senza abbandonare le radici. In alcune pagine di Papa Francesco di “Fratelli tutti” l’ho incontrato, l’ho recuperato, l’ho riconosciuto. La scomodità di quest’uomo anti-autoritario, sempre un passo avanti agli altri, esprime tutta la sua modernità. Non credo fosse un uomo distante, anzi, non lo era affatto. Il suo rapporto con i suoi studenti universitari era straordinariamente umano e la sua tensione verso la fragilità umana era altrettanto spiccata, avvertendone tutte le responsabilità nel suo agire politico ed istituzionale. La drammaticità delle sue lettere dalla prigionia lo testimoniano. Non brandiva il potere, come oggi molti fanno, lo utilizzava per promuovere l’evoluzione democratica della nostra società e per progredire lungo linee di inclusione umane a tutto tondo, nella salvaguardia sincera di ciascuno e di tutti. Nessuno dopo di lui, purtroppo, è riuscito ad incarnare in maniera così eloquente questa tensione e questo senso del servizio politico. Gliene va dato atto e la mia ammirazione per questa testimonianza, mi fa pensare che dovremmo proprio ricominciare da qui. Affido ora alle sue parole la rappresentazione del suo sogno, in cui io mi riconosco, non per fuggire dalla realtà, ma per superarla.

di Salvatore Bochicchio (docente)

 

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