Generico giugno 2021

Un seminario per fare il punto ad un anno e mezzo dall’esplosione della pandemia sulla risposta clinica  al covid 19 e sui temi connessi, dall’epidemiologia all’organizzazione sanitaria, alle vaccinazioni. L’up to date organizzato dall’Università Magna Graecia ha coinvolto tutti gli attori impegnati sul campo nel contrasto al coronavirus, medici dell’ospedale Pugliese, del policlinico Mater Domini e del territorio. 

Delle esperienze acquisite nel trattamento ospedaliero e dei nuovi protocolli terapeutici, a partire dall’uso degli anticorpi monoclonali, hanno parlato i primari dei reparti di Malattie Infettive dei due ospedali catanzaresi.

Torti: Fiducia nei monoclonali, ora potenziare il sistema salute

Si sono fatti tantissimi progressi in questo anno e mezzo, e quello più rilevante è in ambito vaccinale, e questo ha consentito di prevenire la malattia, di prevenire morti e di avere i reparti per fortuna quasi vuoti”, secondo il prof. Carlo Torti, primario di Malattie Infettive del “Mater Domini”, secondo cui è migliorato molto anche l’approccio di tipo terapeutico: “Abbiamo capito che la terapia deve essere precoce – spiega  – e ora abbiamo gli anticorpi monoclonali, che sono efficaci se iniziati il più presto possibile, proprio per prevenire tutte quelle altre devastanti conseguenze dovute all’infezione soprattutto nei pazienti più fragili. Queste terapie si possono fare anche a domicilio. il paziente viene in ospedale, fa l’infusione che dura un’ora, resta in osservazione per un’altra ora e poi torna a casa. Per quanto riguarda la terapia ospedaliera abbiamo fatto selezione di diversi farmaci che nel tempo abbiamo capito che servivano poco o nulla, e abbiamo quindi focalizzato su alcuni presidi terapeutici come per esempio i cortisonici, come per esempio il Remdesivir, arriveranno anche altri farmaci immuno-modulanti oltre al Tocilizumab. Abbiamo più armi e le sappiamo usare molto meglio. L’avanzamento principale è quello di tipo preventivo con le vaccinazioni. Gli ospedali adesso sono piuttosto liberi e ci stiamo riorganizzando per raccogliere altre tipologie di pazienti che finora abbiamo letteralmente abbandonato con malattie infettive, bisognerà poi creare dei doppi percorsi in modo tale che non si abbandoni mai nessuno, nei pazienti con covid né i pazienti infettivologici senza covid. C’è molto da fare ma la situazione attuale, per quanto riguarda il covid, è più serena”.

Secondo il prof. Torti “il covid ha insegnato l’importanza del potenziamento delle singole strutture, ma anche del potenziamento del sistema salute nelle integrazioni tra strutture diverse, sia ospedaliere che territoriali. Esistono dei modelli sanitari che secondo me dovrebbero essere considerati come per esempio quello dell’Expanded chronic care model, un modello in cui il sistema salute ruota intorno al cittadino e non lo abbandona, lo tiene per mano passando da un servizio all’altro a seconda delle necessità. Bisogna sistematizzare quelle che sono le strutture esistenti e renderle un sistema capace di interagire, un organismo ben coordinato. E’ la coordinazione che fa il sistema. Poi   devono essere potenziate le strutture sia come spazi che con il personale, stabilizzando i giovani. Tutte quelle situazioni problematiche che noi sapevamo essere presenti si sono acutizzate con il covid, bisogna risolvere ora questi problemi, non si può aspettare che arrivi un’altra pandemia”. 

Cosco: Bene i medici durante la pandemia, meno il supporto della Regione

Per il dott. Lucio Cosco, primario del reparto di Malattie infettive dell’ospedale “Pugliese”, “l’approccio terapeutico nella gestione dei pazienti affetti da covid è cambiato nel senso che sappiamo meglio quando intervenire e come intervenire. La vera discriminante nella cura dei pazienti affetti da covid è la tempestività della stessa.  Prima ci si approccia al paziente che ha bisogno di cure, ovviamente meglio è,  perché in questo modo si impedisce alla fase infiammatoria di far andare avanti la patologia”.

L’arrivo delle varianti del covid ha influito, secondo Cosco, non nella gravità della malattia, che rimane invariata, ma nell’età dei pazienti: “Sicuramente i giovani sono maggiormente rappresentati in questi ultimi mesi, spero che i vaccini possano fare diminuire le varie componenti che portano al ricovero dei pazienti”. 

La pandemia, secondo Cosco, è stata affrontata benissimo dai medici in Calabria: “Purtroppo – ammette – non siamo stati adeguatamente supportati dall’organizzazione regionale. Questo spero serva soprattutto alla classe politica perché tenga maggiormente conto dei nostri suggerimenti ”. Cosco fa riferimento in particolare alla gestione dei posti letto covid aggiuntivi e ad altre indicazioni tecniche provenienti dagli operatori sul campo. 

Longhini: Con l’ecmo trattati pazienti da altre regioni

Nel suo intervento il prof. Federico Longhini, primario del reparto di Terapia intensiva covid del Policlinico, ha evidenziato come “il ricovero in terapia intensiva è tante volte un fallimento delle fasi precedenti. Per tutte le patologie, non solo per il covid,  il ricovero in terapia intensiva è sempre l’estremizzazione in gravità  della patologia. Purtroppo con il covid si è visto un incremento di questi ricoveri in terapia intensiva, e molte volte arrivano anche pazienti con dei trattamenti fatti prima del ricovero quando questi dovrebbero essere fatti all’interno di un ricovero. Molte volte arrivano pazienti con ritardi nell’accesso all’ospedale perché hanno paura di andare in ospedale. Il mio invito a chi ha sintomatologie correlabili al covid di non attendere, di fare riferimento al medico di base o al pronto soccorso in caso di sintomatologia più importante”.

“La Rianimazione del policlinico – ha ricordato Longhini – in questi mesi ha cercato  di soddisfare le necessità di tutta la regione Calabria e anche di alcuni pazienti provenienti da altre regioni, dalla Campania, dalla Basilicata, dall’Abruzzo, dalla Puglia, per la peculiarità della disponibilità dell’ecmo (il macchinario per la circolazione extracorporea ndr).  Ad oggi abbiamo trattato quasi 90 pazienti, un buon numero per la nostra struttura.  E’ stato un periodo molto difficile, soprattutto da ottobre con la seconda e terza ondata, in cui si è concentrato quasi l’intero monte ricoveri della regione. E’ stata fondamentale la collaborazione con tutti gli ospedali della regione Calabria, e tutte le rianimazioni della rete calabrese che ci hanno assicurato collaborazione e supporto”.

Nobile: Rischio zero per i vaccini a mRna, servirà la terza dose

A rassicurare sull’utilizzo del vaccino Astrazeneca il prof. Carmelo Nobile, direttore dell’Unità di Igiene del policlinico: “E’ un buon vaccino, che è stato presentato male. Ci sono stati alcuni eventi, infinitesimali in rapporto alle morti di covid e alla possibilità di ammalarsi di covid. Ma noi disponiamo di altri vaccini che danno sicuramente meno problemi nelle fasce giovanili rispetto ad Astrazeneca, per cui è preferibile la somministrazione dei vaccini Pfizer o Moderna. Sicuramente nelle fasce giovanili l’utilizzo di questi vaccini a a mRna rispetto ai vaccini ad adenovirus come Astrazeneca o Johnson&Johnson è maggiormente raccomandata, ma sono tutti vaccini che ci possono salvare dalle ospedalizzazioni e dalla malattia”. 

Secondo il prof. Nobile sono infondati i timori su eventuali effetti a lungo termine delle vaccinazioni con i sieri più innovativi come quelli Pfizer e Moderna, a causa della breve fase di sperimentazione: “I vaccini a mRna non lasciano alcun residuo all’interno del nostro organismo perché sono preparati interamente in laboratorio, quindi non vanno a creare alcun problema alle nostre cellule, non si replicano all’interno delle nostre cellule, ma vanno a stimolare semplicemente gli anticorpi contro la proteina spike che è quella del virus. Quindi riescono a indurre un’azione antigenica e a stimolare il sistema anticorpale. Quindi il rischio è assolutamente zero su mutazioni e altro a carico delle nostre cellule. L’unico problema è che probabilmente l’immunità verso questo micro organismo non è molto lunga, e si prevede che dopo 9 / 12 mesi dalla fine del ciclo vaccinale probabilmente ci dovremo sottoporre ad una dose di richiamo, la cosiddetta terza dose che il generale Figliolo ha già annunciato di avere opzionato per il prossimo inverno”. 

Il prof. Nobile esclude infine la possibilità che soggetti vaccinati possano ammalarsi di covid: “Un soggetto vaccinato può infettarsi, ma sappiamo che in questi casi la malattia presenta al massimo sintomi simil-influenzali, e non finiscono in ospedale, tranne i cosiddetti ‘non responder’ che dopo la vaccinazione non producono anticorpi. Generalmente nel vaccinato la malattia si presenta in forma lievissima e non si rende necessaria l’ospedalizzazione”.  

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